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Le storie

di Anna Fabrello

Pedrinho, il sogno della A. Ma la priorità è la famiglia e l'impegno per i più piccoli

Calcio a 5 09 mar 2022
Pedrinho con la figlioletta Denise e il figlio Achille, ormai sono le sue priorità Pedrinho con la figlioletta Denise e il figlio Achille, ormai sono le sue priorità

Da Belo Horizonte all'Italia per un'opportunità di vita fino a diventare uno dei simboli, oltre che il giocatore più amato, del calcio a 5 nell'alto vicentino, e non solo. Lui è Pedro Vidoto de Aguilar, da tutti conosciuto come Pedrinho, candidato dall'Alto Vicentino per il Pallone di Bronzo. Una bella storia, la sua, che getta le basi in valori importanti insegnatogli dalla vita, ma soprattutto dallo sport.
«Da piccolo non ho mai avuto tanto, in casa c'era una situazione economica complicata, anche se non mi è mai mancato niente - ha raccontato il pivot rossoblu -. Il mio mondo era il calcio: di pomeriggio avevo gli allenamenti di calcio a 11, la sera di calcio a 5, se c'era tempo andavo a scuola. Dico così perché a volte facevamo doppia seduta con il calcio a 11, mattina e pomeriggio. Nel tempo libero? Giocavo, ovviamente a pallone, con gli amici».
Per provare a dare una svolta ha deciso di fare le valigie e a 19 anni ha lasciato il suo Brasile. Destinazione Italia, più precisamente a Thiene, dove ha esordito con il Giuriato. «Nel 2011 sono andato in Cina - ha continuato - mi hanno trattato bene, ma la cultura è diversa e nel 2013 sono tornato in Italia. A dicembre di quell'anno sono approdato a Carrè». E da lì non ha più lasciato il vicentino, diventando una colonna portante del club, che alla fine della scorsa stagione è diventato Alto Vicentino, dopo la fusione con Schio e la collaborazione con il Valli, oltre che un simbolo per il futsal del territorio: «Con il CC ho vissuto otto stagioni, in cui siamo sempre stati protagonisti, tranne l'annata della retrocessione in B - ha spiegato Pedrinho -. L'alto livello delle prestazioni mi ha portato a questo grande traguardo. Il passaggio all'Alto Vicentino? Inizialmente ne ho risentito molto: ero molto legato al palazzetto, al paese, alla dirigenza e alle persone. Ora invece mi sono ambientato, anche a Schio la società è fatta di persone per bene e la dimostrazione che sono sulla strada giusta è questa candidatura, per cui ringrazio tutti: significa che da entrambe le parti c'è rispetto, il che è fondamentale».
La massima serie è il suo sogno, quello di un ragazzo che nel corso degli anni è stato corteggiato da tanti club ambiziosi, ma che ha deciso di rimanere qui: «Ovviamente ho sempre avuto voglia di confrontarmi con i migliori per vedere se sono all'altezza - ha detto senza mezzi termini il giocatore dell'Alto -. Poi però sono stato coinvolto in alcuni progetti, su tutti quello della Squadra Senza Confini (una formazione composta da ragazzi con disabilità), che è senza dubbio la squadra più speciale che ho allenato nella mia vita e che mi ha fatto capire che il mio sogno poteva aspettare, perché rimanendo qui sarei riuscito a fare la differenza anche nella vita di altri, non solo nella mia. Con loro ho fatto un percorso di quattro anni che mi ha dato una grossa spinta per rimanere e mi ha fatto cambiare prospettiva. Oggi alleno i piccoli per trasmettergli quei valori che mi hanno permesso di vivere di sport: dedizione, impegno e rispetto. Dopodiché con Denise, la mia compagna, abbiamo costruito una famiglia: è arrivata Vittoria e il piccolo Achille. E oggi tutte le mie decisioni sono basate su di loro, quindi il mio sogno ora è poter arrivare in A con questa maglia, non si sa mai»..